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Icone - Pensare per immagini

Category: Conference Hits: 189 Last Updated: Giovedì, 23 Maggio 2024 12:09

Alla collana “ICONE – pensare per immagini”, diretta da MASSIMO CACCIARI, ci ha guidati una forte passione. Noi tutti, chi propone e chi ci segue, siamo trasformatori della terra, il nostro amore per la civiltà ci abilita a questo compito, rilkianamente.

Massimo Cacciari propone il libro “Riccardo Muti – Le sette parole di Cristo – Dialogo con Massimo Cacciari”, pagine in cui si intrecciano le peculiarità dell’immagine e del suono sino a fondersi.

Si tratta della “Crocifissione” di Masaccio e della partitura di Haydn ispirata alle sette parole pronunciate da Cristo sulla croce e composta per la cerimonia del Venerdì Santo.
La registrazione dell'evento in questa pagina.

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La voce di Monica Ferrando, nell’intervista, ci guiderà nella trama del Suo libro “Arcadia sacra”, innalzando la POESIA quasi fosse una maestosa cupola.

La Terza Via, mimando Florenskij, segue “la via dello sguardo”, dell’ascolto e “dell’attenzione verso la presenza del mistero, non al di là del mondo, ma dal di dentro di esso”. Ciò che anima l’idea de La Terza Via è la sete di Conoscenza, la voglia di sapere là dove c’è un segno che si discosta dal consueto, perché è là che va cercata la più profonda confidenza della natura. Là dove la grande arte posa lo sguardo: tra ciò che riluce e traluce dal volto profondo delle cose. Qualcosa che il desiderio non può trattenere e ha una verità maggiore rispetto all’originaria percezione: la bellezza, la quale ha come fondamento l’incarnazione - alla realtà, e tramuta in stupore; e qui, in “Arcadia sacra”, il libro di Monica Ferrando, è l’idea poetica politica che pulsa - e prende vita nel quadro di Tiziano “Fuga in Egitto”.

In “Fuga in Egitto” avviene l’incontro tra esteriore e interiore, tra visibile e invisibile, nella sua originalità; esso diviene centro simbolico, figura percettibile della realtà. Nel nostro “vedere”, intriso di relazione tra conoscenza e vista, si dà il riflesso di un impercettibile che turbina e ritorna e invera un’essenza, cioè qualcosa che ha più forza di quello che appare visibile, Florenskij direbbe: una specie di invariante - nell’analisi matematica del ‘900. Quella proprietà diviene come un polo luminoso - che si alimenta nella “chiarità”.

Il quadro di Tiziano è attraversato da una relazione stretta e segreta, tra immagine e silenzio e poesia, tra ombra e luce, tra evocazione e rivelazione, dove il simbolo si fa luogo di soglia tra visibile e invisibile. L’immagine parla, annuncia l’inosservabile senza parole, rivela, guarda, interpella, può aprire alla salvezza. La perfezione della forma esperisce la bellezza, un’Arcadia ideale - un’idea poetica politica. 

Monica Ferrando, dirige la rivista online “De pictura”. È autrice di “Il regno errante. L’Arcadia come paradigma politico” (2018) e di “L’elezione e la sua ombra. Il cantico tradito (2022) entrambi per Neri Pozza.

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La voce che ci parla, nell’intervista, è di Arianna Arisi Rota, professoressa di Storia delle rivoluzioni del Mediterraneo nell’Ottocento e History of Diplomacy all’Università di Pavia. L’immagine del quadro “I profughi di Parga”, di Francesco Hayez, e la parola di Arianna Arisi Rota, ci fanno apparire i dati della percezione nella loro interezza, con l’intuizione del vero.

Vedere per ascoltare, ascoltare per vedere, e tuffarsi in quella e questa realtà per dare udienza alla vita, mostrandoci, dentro di noi, quelle frontiere difficili da varcare. Il libro “Profughi”, atto a proseguire il cammino suggerito dalla collana “ICONE-pensare per immagini”, diretta da Massimo Cacciari, edito da Il Mulino, concorre egregiamente a formare un modo di sentire la vita, ad esercitarci alla consapevolezza - deputata a generare speranza. 

“Un attimo che vale una vita. Guardare indietro”, scrive Arianna Arisi.

Trasformare la voce viva fuori dal linguaggio visivo in una scrittura che renda possibile il passato nel presente e lo faccia necessità per tutti. L’icona è riportata all’ora in cui si chiede di lei. Si entra nella sua pelle, e lei ci annuncia che qualcosa accade ancora ed è accaduto e chiama a vivere - abbiamo una responsabilità testimoniale, siamo sempre sul confine.

Quell’attimo è dono, presente, e un mandato rispetto all’altro. Nel lungo viaggio della scrittura, la parola si fa testimone per testimoniare.

I Numeri in combutta /con la fatalità e contro- /fatalità delle visioni” ci suggerisce Celan, perché non sia un istante sottratto o sfatto, ma sia sorgente d’interrogazione. Dov’era, dov’è ancora Parga? Sta viaggiando attraverso il Nulla? In quale nostro qui? 

Per chi ha amato la scrittura, raccontare la verità significa raccontare la vita.

Il dover essere e il poter essere, incluso il non narrabile, sono una miscela in cui la realtà bruciante, l’abbandono all’egoismo, hanno differito la potenza della penna; alludo al profugo Ugo Foscolo, ai suoi articoli e a quello particolarmente significativo On Parga, pubblicato nell’ottobre del 1819 nella “Edinburgh Review”. La zona d’ombra della psiche tra la propria fragilità di profugo e il voler essere, e forse qualcosa di più profondo, emerge nella incapacità di poter assolvere l’impegno: “l’origine e lo sviluppo storico del diritto delle genti”. Da una parte c’è quella esperienza e dall’altra il distacco tra autenticità e necessità. Foscolo è preda di tante ombre.

Passa agli assenti il dono del rappresentare. Ogni lotta non cade nell’oblio, il suo dente segreto (Valéry) troverà parola nel dipinto di Francesco Hayez.

“Una sofferenza di carne e di sangue”, precisa l’autrice, è quella di una comunità violata. L’immagine di Hayez trapassa lo sguardo, saggia bocconi di silenzio (Celan), voga dentro il nostro buio, mostra gli occhi ciechi del mondo, il tempo vicino a quei volti, la spina dei nostri mari, i momenti culminanti del dolore. I movimenti del corpo, nel dipinto, i gesti, gli sguardi, nella loro interezza, rivelano l’anima, l’anima incarnata – non la metafisica astratta o solo l’inerte materia. L’immagine parla, i corpi parlano, ci provocano là dove la parola cade – E tuttavia: un silenzio impavido, una pietra, /che aggira la scala del diavolo (sempre Celan).

Il viaggio attraverso l’icona si misura nella fibra granosa della carica simbolica, incisa nella tela, che si ispessisce nella traccia inconfondibile, nel vedere di più, nel guardare di più, in ciò che i sensi sfilano da tante anonime figure, e da una sequela di domande smezzate da lacrime, da una sofferenza grumosa, acuta.

È la tensione fra loro e noi, lo stare insieme dentro un interrogativo vacante, al di qua della parola, è l’indicibilità dell’uomo, del mondo, che ci fa paurosamente ammutolire, e ci impone la necessità di scegliere – è la scommessa di Hayez.

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Di fronte al pericolo di un livellamento delle differenze, delle nostre unicità, indichiamo i valori culturali. È un dono, questo, della collana ICONE - pensare per immagini, diretta da Massimo Cacciari, quale promessa alla libertà di pensiero, verso l’arte che amiamo, i libri che ci regalano qualcosa di straordinario.

Un tema interessante è L’ICONA proposta da Umberto Curi: Francisco Goya, Saturno che divora suo figlio, che anima l’incontro con Pietro Del Soldà, conduttore dei programmi di Rai Radio3, e Francesca Rigotti.

L’opera ci stupisce e ci fa esitare sulla soglia di una rivelazione simbolica. 

La morte del tempo s’incarna nell’oggi. Il dipinto di Francisco Goya, Saturno, 1820-23, s’impone alla riflessione, e ci autorizza a parlare di un capolavoro.

Il libro si snoda in nove capitoli: un’esperienza del Tempo e dell’essere. Un attraversamento del buio per arrivare alla luce: la Compassione. San Paolo: soltanto giunti alla vertigine dell’angoscia per la propria finitezza essa ci conduce al salto («scommessa» la nominava Pascal) nello svelamento della speranza.

Compassione diviene voce dell’opera, che ci interroga, e, dal baratro del nostro sonno, così prossimo alla parola sogno, si fa cuore sulla soglia dello strazio e della follia (delle guerre).

Il cuore soffia su quella carne, batte alla tempia di Kronos.

Dopo il reciproco avvilupparsi con furia di preda e predatore e l’innalzarsi dallo sfondo dell’abisso oscuro alla figura dell’assurdo, Goya giunge al bordo di una morte preannunciata: “il tempo consuma e distrugge tutto ciò che ricade sotto il suo dominio, fino al punto da divorare ciò che ha generato – e dunque anche se stesso.” (Dal testo, pagina 127) L’artista demolisce l’autorità del linguaggio, smonta gli stereotipi. Non resta più nulla se non, dal velo dell’immagine, dar vita a quella voce salvata – la fede nella verità.

ICONA, immagine per pensare, porta in cui si nasconde la stessa idea di segno nell’infinito che in infinito si perde come “aion”.

Nella preghiera, nell’innominabilità dell’orrore, possiamo ancora amare – qui fra interminati spazi e sovrumani silenzi dove il pensiero si finge. 

Umberto Curi è professore emerito di Storia della Filosofia presso l’Università degli Studi di Padova. Tra i suoi saggi recenti: “Le parole della cura, Medicina e Filosofia” (Raffaello Cortina, 2017); “Il colore dell’inferno. La pena tra vendetta e giustizia” (Bollati Boringhieri, 2019) e “Film che pensano” (Mimesis, 2020).

Francesca Rigotti ha insegnato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Göttingen, è diventata docente di Dottrine e Istituzioni Politiche alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Numerose e prestigiose le sue pubblicazioni. 

Pietro Del Soldà è autore e conduttore dei programmi di Rai Radio3 Tutta la città ne parla e Zarathustra. Sono noti gli articoli sulla «Domenica» del «Sole 24 Ore». Per la sua attività radiofonica gli è stato assegnato il premio Flaiano 2018. È un autore che si è particolarmente distinto nel panorama culturale contemporaneo.

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Luigi Grazioli in dialogo con ALESSANDRO CARRERA

L’arte è un’avventura sconosciuta in un territorio sconosciuto (Mark Rothko)

È da questo pensiero che possiamo avvicinarci di più alla riflessione di oggi sul volume “Il colore del buio”, scritto da Alessandro Carrera, per riflettere sul rapporto che abbiamo con le opere di Rothko e di altri artisti, conservando nell’animo quell’unità e immediatezza infinita, quando il respiro dell’invisibile incalza.

Più ci si addentra nei colori, più sembra che essi provengano da un silenzio cosmico, abissale, da segreti spazi del cuore, come avviene nella grande musica.Quando si scrive di un colore, esso cade da sé stesso, il suono della luce evoca l’azzardo dell’Impossibile, la voce nelle mille voci.

Quando guardi ‘Lo Studio Rosso’ di Matisse tu diventi quel colore, ne sei totalmente saturo, come se fosse musica (Mark Rothko)

La Rothko Chapel sembra un respiro più grande – tu ci sei dentro.

È proprio questo lo scopo: essere dentro, spettatore e artista. Lo spazio è presenza. Il colore è profondità. Aveva espresso Rothko, nel 1954: “Sarebbe bello se in tutto il Paese fossero disseminati piccoli luoghi, come una cappella ad esempio, dove il turista o il viandante potessero sostare per un’ora a meditare, in solitudine, su un unico quadro appeso”. La cosa Ultima: l’invasione del buio, niente appare paragonabile. Lo spazio dell’immenso, l’ora del Dio absconditus che va oltre la porta della pittura.

Scrive Mark Rothko: “La grandezza a ogni livello di esperienza e significato, della missione che mi avete affidato supera ogni mia concezione precedente. E mi sta insegnando a superare me stesso oltre quello che pensavo possibile”; aggiunge: “Voglio dipingere sia l’infinito che il finito”, “Voglio unire nella cappella l’Oriente e l’Occidente”.

Una visione che attesta l’assoluto.

Un’icona irrinunciabile della nostra civiltà, specifica Massimo Cacciari

Tantissime domande sorgono dallo sguardo della scienza, uno sguardo che capta, che non smette di fissare la forma del buio, là dove sembrano non esserci più né essere né immagine, solo il non luogo dell’Impossibile, la soglia all’enigma. Che si possa rispondere dell’ultima via della luce o della prima è parola lontana, ancora da spiegare. Nella più tacita oscurità, la fisica quantistica ritiene che sussistano delle fluttuazioni elettromagnetiche scaturite dal buio emesse da fotoni, quantità elementari di luce, cioè una strada bianca nel cuore invisibile. 

Alessandro Carrera, è professore di Italian Studies e di World Cultures and Literatures alla University of Houston, in Texas. Autore di numerose pubblicazioni, citandone una: “La consistenza della luce” (Feltrinelli 2010). Ricordiamo che ha tradotto le canzoni e le prose di Bob Dylan (Feltrinelli, 2016-17)  

Luigi Grazioli, dopo aver insegnato nelle scuole superiori, è da qualche anno in pensione. Ha pubblicato i volumi di racconti: Cosa dicono i morti, Campanotto, 1991; Racconti immobili, Greco&Greco, 1997; Il primo Congresso del Sindacato dei Profeti Viventi, Effigie, 2008; e i romanzi Lampi orizzontali, Greco&Greco, 2004, e Tempesta, Effigie, 2011, e, per Doppiozero, gli Ebook Emmanuel Carrère e Figura di schiena. Ha diretto dal 1999 al 2020 la rivista “Nuova prosa”; è caporedattore di www.doppiozero.com.
Gran parte dei suoi racconti, recensioni e testi critici su letteratura e arte si possono trovare nel suo blog: A spasso nella caverna

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Patrizia Trimboli

Patrizia Trimboli

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