Vincenzo Balena

Category: Art Hits: 1526 Last Updated: Sunday, 25 April 2021 18:49

È difficile rappresentare ciò che un artista crea. Ci è dato cogliere il mistero, quello stesso dell’esistere dell’Arte. Impressionante è l’apporto poetico della scrittura, qualcuno potrebbe osservare che le sue opere siano la forma intima d’un libro, della più segreta sostanza della poesia.

Ho avvertito più di una volta, nella tessitura dei suoi frammenti, qualcosa di mai detto fino ad ora, come se in tutti i segni riecheggiasse una nascita perpetua invece che un passato reiterato, tutto ciò che la storia cronologica non è. Vincenzo Balena (Milano, 1942); si documenta la sua riflessione artistica dagli anni Sessanta, con il realismo esistenziale; nel ’70 la qualità della sue opere si apre un varco alla Galleria Montrasio di Monza e alla Galleria del Naviglio di Milano, persuade G. De Micheli e M. Rosci, con altrettanto interesse R. Bossaglia, C. Pirovano e L. Vergine. Negli anni Ottanta è tra i pochi capaci di essere attenti alla poesia, il suo linguaggio appassiona figure di elevata statura, quali: A. Porta, G. Raboni e R. Sanesi ed esordisce in contesti internazionali (Dusseldorf, Praga, New York). Il fascino non poteva che aumentare, dando all’Arte una dimensione nuova e suggerendo oggi l’estrema singolarità del suo compito.

27 maggio 2020, Patrizia Trimboli

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Contributi alla mostra "Resilienza dell'umano"

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  • Resilienza dell'umano - Angelo Bertani

    Gran parte dell’opera di Vincenzo Balena rivela una sorta di resilienza della forma, ovvero la capacità della forma stessa di far fronte ad eventi traumatici, qual è stata la sua crisi epocale a partire dell’Informale. Il dato di partenza di Vincenzo Balena è quello di confrontarsi con la materia, con la dimensione caotica della materia in cui progressivamente la forma si è immersa, per affrontare il compito tutt’altro che semplice di farla riemerge in modo inatteso. E infatti il lavoro di Balena può essere letto proprio attraverso le dinamiche di questo processo di immersione e di emersione della forma. Spesso la dimensione della materia da cui parte Balena è nella realtà quella dei materiali di scarto, o meglio dei relitti della nostra società preindustriale, industriale e postindustriale: avendo perso ormai il valore della loro funzione originaria essi si sono trovati spiaggiati sulla battigia dell’inutilità; ma è proprio l’arte, ci dice Balena, che può ridare ad essi un senso, un nuovo senso. Parole di una grammatica ormai frantumata (la grammatica del concretamente utile) i relitti recuperati dall’artista tra il flusso e il deflusso delle nostre magnifiche sorti e progressive diventano così parole di un nuovo linguaggio, ricomposto brano a brano, frammento dopo frammento, sillaba dopo sillaba: solo in tal modo la materia si può trasformare nel linguaggio dell’arte. Si comprende allora anche l’attenzione che da sempre Vincenzo Balena dedica alla poesia e più in generale alla scrittura: del resto sei tra le opere esposte in questa occasione si intitolano Pagina. L’arte visiva è in fondo anch’essa un’arte del recupero di senso da parte di segni-morfemi che possono ancora comunicare altro rispetto alla condizione o al contesto ordinari. Pierluigi Cappello, un nostro grande poeta friulano, con queste riflessioni andava all’origine del sonetto, e però le analogie con il lavoro di Balena sono in qualche modo evidenti: “Considerate la struttura di un sonetto: due quartine, due terzine, centocinquantaquattro sillabe di durata, non una di più non una di meno perché diversamente, salta il gioco: incapsulare là dentro ciò che prima è stato toccato, ciò che prima è stato ascoltato, ciò che prima è stato sentito e che, altrimenti, rimarrebbe radicato nell’aria, confinato in una zona pronta a farsi memoria, prossima a estinguersi in oblio, mentre invece, se l’operazione riesce, diviene l’onda sonora dei nostri pensieri, mediante un’alternanza di pieni e di vuoti, secondo un ritmo che è dare ordine al silenzio quando il silenzio diventa parola…”. Nondimeno anche le parole possono diventare relitti, materia inerte e vuota se ad esse non dà forma un valore, magari anche quello dell’arte. Vincenzo Balena con il suo lavoro cerca di dare senso, nuovo senso poetico, ai relitti silenziosi della nostra epoca, ma lo fa perché crede davvero nell’uomo, nella centralità dell’uomo. In questo giorni c’è chi, magari con intenzioni retoriche, parla di Nuovo Umanesimo. In realtà secondo molti siamo alla fine dell’Antropocene, l’era in cui l’azione dell’uomo ha modificato profondamente se non anche irreparabilmente la struttura stessa e l’ecologia del nostro pianeta. Inoltre ci troviamo alle soglie di un’epoca in cui forse assisteremo all’addomesticazione dell’uomo da parte delle macchine: e il Grande Fratello di Orwell sarà rappresentato da chi avrà il controllo dei dati elaborati dalle reti digitali. Ma per non rassegnarci a un destino postumano, ritorna necessario richiamare il concetto di resilienza, di resilienza dell’umano, della capacità di ciò che è propriamente umano di far fronte alla propria crisi. Proprio per questo Vincenzo Balena prima ancora che costruire una forma la cerca con la determinazione sensibile del rabdomante nel groviglio dell’esistenza (nello “gnommero”, avrebbe detto Gadda) perché sa che è proprio lì, quando tutte le difese e tutte le maschere sono cadute, che l’umano mostra inevitabilmente le fatiche e le contraddizioni del vivere: tuttavia è proprio la forma, è proprio l’arte che può riscattarle, farle rinascere a un significato più vero. E anche l’arte di Vincenzo Balena, come sempre tutta l’arte autentica, trova proprio nel groviglio dell’esistenza un filo rosso che ci dà speranza. Quello che l’artista milanese oggi ci propone con questa mostra è un percorso all’interno di una prigione, che è pure, metaforicamente, quella a cui sono condannati i segni, la materia, il vissuto se ad essi non sappiamo dare di continuo una nuova significazione. In fondo compito dell’arte, quella vera, è da sempre liberare l’uomo dalla prigione incombente della superficialità, delle fuorvianti semplificazioni, della banalità, della retorica strumentale. E però questo compito l’arte può raggiungerlo solo se crede davvero nell’uomo e non si limita a guardarsi solo allo specchio, fatuamente.

     

                                                                                                   Angelo Bertani

  • Una scrittura che ferma i frammenti del tempo vissuto - Maria Fratelli

     La vita è solo un periodo di tempo da spendere, o già speso, in spazi e luoghi che ne delimitano le azioni e da cui si dipartono i pensieri. Dentro le Carceri di San Vito al Tagliamento, oggi recuperate e usate come spazio espositivo, lo scorrere del tempo è misurabile nei pochi passi che dividono tra loro due pareti opposte e nelle memorie dei detenuti che sugli intonaci hanno disegnato e scritto, per varcarle con l'immaginazione. L'accesso alle celle richiede un inchino per passare sotto i bassi stipiti di pietra delle porte. Una umiliazione allora, un omaggio oggi, a quelle vite che sono trascorse nell'attesa di un nuovo inizio o della fine. Quella di San Vito era una prigione modello, operativa fino agli ultimi decenni del secolo scorso, è ora un documento storico della storia carceraria delle piccole realtà locali. A ogni cella corrispondeva un detenuto, come si legge sulle porte che recano la scritta: criminale I, II, III ecc. Il salto nel tempo è però più profondo, lo spazio architettonico ha una struttura ottocentesca, la prigione è a conduzione “famigliare”, come rivelano la presenza della grande cucina, di piccoli cortili che perimetrano due piccole porzioni di cielo, entro cui scorrono le nuvole. Il fuori è precluso e tutto pare finalizzato a confinare i piccoli spazi interni, le celle con le loro finestre troppo alte per consentire un affaccio. Le piccole figure tracciate dai cosiddetti criminali rappresentano tutto ciò che non si vede: colonne, chiese e altre costruzioni, un'ultima cena, delle croci e un veliero, alcune figure e due colombe: una appoggiata tra le volute della colonna corinzia, l'altra appoggiata sulla sua sommità. Sembrano pronte e desiderose di spiccare il volo, di sottrarsi a quella immobilità che le ha sottratte alla vita comune per relegarle in una cella. Ogni disegno esprime la stessa urgenza: arrestare l'interruzione. Quello che si avverte è infatti il tempo: perso, vano, abbandonati i corpi alla solitudine dei propri pensieri e allo scorrere inutile di una vita che si muove al ritmo del solo respiro.    In questo contesto così denso di significato esporre delle sculture significa misurarsi con metri cubi di sofferenza e di negazione. L'opera d'arte è oggetto impregnato dello stesso paradosso, quello di sottrarsi allo scorrere del tempo assorbendo la vita di chi l'ha creata e incamerandola in sé esprimere un sentimento. Quello che resta di tutti gli altri pensieri persi nel vento. Questo il corto circuito creato dalle opere di Vincenzo Balena nelle celle di San Vito. Assorbire il tempo e fermarlo in un’eternità che ne veicola la pena, il desiderio, la sofferenza, la speranza, il progetto. Vincenzo ha collocato le sue opere nelle celle, nella cucina e nei cortili. Ognuna di loro è un marchingegno che impersona il singolo e le centinaia di criminali passati. Ogni opera è entrata nella cella con la propria storia e ha iniziato il proprio solitario racconto. Come ogni criminale passato lì dentro ha la sua memoria e la sua narrazione e una speranza dalle grandi ali. Grandi uccelli di legno, marionette di argilla, radiatori, lamiere e legni combusti. Ogni opera è l'anima di una cella, ne esprime i sentimenti, i desideri, i progetti. Sono opere solitarie, compiute, in attesa che l'immobilità si riempia di vita, che le forme vengano accarezzate, ascoltare, perdonate, capite, sentite, provocate, stimolate, compatite, supportare, esaltate, ammirate e infine amate. Le sculture di Balena portano la loro intensità nello spazio delle celle in disuso e le rianimano di dolore e di speranza. A proposito di questa mostra scrive di lui Angelo Bertani: “L’informe, lo scarto, il relitto di tante esistenze in burrasca conoscono nuova vita proprio perché trovano una nuova forma, quella che ad essi dona l’arte. E che cos’è la forma se non una ricerca di senso?”. Il senso va cercato ovunque, nel tempo che scorre, nella libertà e nell'attesa. Quella di Vincenzo è quindi una scrittura che ferma i frammenti del tempo vissuto, la violenza e la dolcezza si avvicendano così come la poesia e la durezza. Le sue opere sono astrazioni e figure, frammenti di volti retti da fili che li legano ad una memoria di un intero, così come collegano tra loro delle cose che diventano altro da sé, impaginate dentro pagine di memoria. Sono queste le descrizioni sincopate delle sculture di Balena, che a una essenziale composizione di melottiana memoria non nega la modellazione barocca dell'argilla. Il riuso degli scarti delle fabbriche e della natura è un pretesto per ricomporre dei mondi pacificati, dove anche il ruvido e l'ostile diventano poesie e trovano nel loro nuovo valore formale il senso di una nuova bellezza. La vita, sublimata dall'arte, non è più solo un periodo di tempo da spendere, o già speso, in spazi e luoghi che ne delimitano le azioni e da cui si dipartono i pensieri; nel farsi scultura è un fermo immagine da ammirare, o già ammirato, in spazi e luoghi che ne amplificano il senso e da cui si dipartono i pensieri. Il connubio è perfetto, lo spazio rafforza l'opera e l'opera rianima tutto il contesto. Il tempo non è contenuto, ma sottratto dalla cella e raccolto e perpetuato dall'opera. Prigione e prigioniero si collegano perfettamente e in questo riuscito connubio il pensiero prende il volo, gira attorno all'opera, accarezza le pareti della stanza, legge un ultimo disegno e vola alto, valica le finestre, si eleva oltre il cielo perimetrato dai muri del cortile, evade. La resilienza che è sostanza dell'arte rende ogni altezza eludibile, ogni miseria ricchezza, ogni finitezza del vivere possibilità di durata. Il corto circuito tra il vuoto lasciato dalle vite e il pieno portato dall'arte, sia essa quella dei tentativi di disegni di libertà dei criminali, sia quella sicura e potente di Balena trasforma la prigione in Museo.

     

                                                                                                                                                  Maria Fratelli

  • Note biografiche

    Vincenzo Balena (Milano, 1942) si dedica inizialmente allo studio della morfologia animale, nel solco del realismo esistenziale. Dai primi anni ’70 espone con regolarità alla Montrasio di Monza (1973) e al Naviglio di Milano (1984-1990-1996-2004). Merita subito l’attenzione critica di Mario De Micheli e Marco Rosci, seguiti da Rossana Bossaglia, Carlo Pirovano e Lea Vergine. Negli anni ’80 dedica a Pasolini una serie di dipinti e scul- ture ed entra in contatto con poeti e scrittori: fra questi, G. Raboni segue con interesse la successiva indagine della figura umana ridotta a frammenti, disiecta membra. Si tratta di sculture in terracotta e fili metallici, cera, bronzo, legni e alluminio sbalzato, proposte in luoghi prestigiosi con mostre personali e collettive tra le quali citiamo solo alcune: Permanente di Milano (1997), Palazzo delle Stelline di Milano (1999), Castello Sforzesco di Milano (2005), Villa San Carlo Borromeo a Senago(2000), Abbazia di Sesto al Reghena (1997-2000), Villa Arrivabene di Firenze (1996), Pinacoteca Alberto Martini di Oderzo (1996), Casa di Giorgione a Castelfranco Veneto (1993-2004), Centro Culturale Zanussi di Pordenone (1998-2012), Fondazione Benetton di Treviso (2013), Villa Badoer a Fratta Polesine (RO) (2014); e in contesti internazionali (Dusseldorf (1990), Praga (2002), New York (2002), Stoccolma (2008). Realizza le scene per lo spettacolo “Borges café Rêverie” rappresentato a Villa San Carlo Borromeo, al Teatro Juvarra di Torino e al Teatro dell'Arte di Milano (1998). I lavori più recenti, affrancati da espliciti rimandi figurativi, esplorano le inedite risorse espressive dei rifiuti tecnologici. È presente alla LIV Biennale di Venezia (2011) e alla Galleria Sagittaria a Pordenone con una personale antologica “Vincenzo Balena Opere 1970-2010”. Nel 2013 la Fondazione Benetton Studi e Ricerche di Treviso ospita una personale “Il Dialogo Compositivo nelle sculture di Vincenzo Balena”; nel 2014 a Villa Badoer di Fratta Polesine (Ro) espone “Le Maschere di Ifigenia"; nel 2017 alla Galleria Lorenzo Vatalaro a Milano espone la personale "Vincenzo Balena Stenografo del Cosmo". Nel febbraio 2018 personale al Museo Studio Francesco Messina a Milano  “Naturofanie Plastiche. Vincenzo Balena”. . Nel 2019 è presente alla Biennale di scultura a Piazzola sul Brenta (Pd); a settembre personale “Resilienza dell’umano” Antiche Carceri San Vito Tagliamento (Pn).

    Vincenzo Balena Atelier Via Pietro Della Valle 11, 20132, MILANO T. 02 27209491 – www.vincenzobalena.it   - This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.                                                       

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  • Resilienza dell'umano - Angelo Bertani

    Gran parte dell’opera di Vincenzo Balena rivela una sorta di resilienza della forma, ovvero la capacità della forma stessa di far fronte ad eventi traumatici, qual è stata la sua crisi epocale a partire dell’Informale. Il dato di partenza di Vincenzo Balena è quello di confrontarsi con la materia, con la dimensione caotica della materia in cui progressivamente la forma si è immersa, per affrontare il compito tutt’altro che semplice di farla riemerge in modo inatteso. E infatti il lavoro di Balena può essere letto proprio attraverso le dinamiche di questo processo di immersione e di emersione della forma. Spesso la dimensione della materia da cui parte Balena è nella realtà quella dei materiali di scarto, o meglio dei relitti della nostra società preindustriale, industriale e postindustriale: avendo perso ormai il valore della loro funzione originaria essi si sono trovati spiaggiati sulla battigia dell’inutilità; ma è proprio l’arte, ci dice Balena, che può ridare ad essi un senso, un nuovo senso. Parole di una grammatica ormai frantumata (la grammatica del concretamente utile) i relitti recuperati dall’artista tra il flusso e il deflusso delle nostre magnifiche sorti e progressive diventano così parole di un nuovo linguaggio, ricomposto brano a brano, frammento dopo frammento, sillaba dopo sillaba: solo in tal modo la materia si può trasformare nel linguaggio dell’arte. Si comprende allora anche l’attenzione che da sempre Vincenzo Balena dedica alla poesia e più in generale alla scrittura: del resto sei tra le opere esposte in questa occasione si intitolano Pagina. L’arte visiva è in fondo anch’essa un’arte del recupero di senso da parte di segni-morfemi che possono ancora comunicare altro rispetto alla condizione o al contesto ordinari. Pierluigi Cappello, un nostro grande poeta friulano, con queste riflessioni andava all’origine del sonetto, e però le analogie con il lavoro di Balena sono in qualche modo evidenti: “Considerate la struttura di un sonetto: due quartine, due terzine, centocinquantaquattro sillabe di durata, non una di più non una di meno perché diversamente, salta il gioco: incapsulare là dentro ciò che prima è stato toccato, ciò che prima è stato ascoltato, ciò che prima è stato sentito e che, altrimenti, rimarrebbe radicato nell’aria, confinato in una zona pronta a farsi memoria, prossima a estinguersi in oblio, mentre invece, se l’operazione riesce, diviene l’onda sonora dei nostri pensieri, mediante un’alternanza di pieni e di vuoti, secondo un ritmo che è dare ordine al silenzio quando il silenzio diventa parola…”. Nondimeno anche le parole possono diventare relitti, materia inerte e vuota se ad esse non dà forma un valore, magari anche quello dell’arte. Vincenzo Balena con il suo lavoro cerca di dare senso, nuovo senso poetico, ai relitti silenziosi della nostra epoca, ma lo fa perché crede davvero nell’uomo, nella centralità dell’uomo. In questo giorni c’è chi, magari con intenzioni retoriche, parla di Nuovo Umanesimo. In realtà secondo molti siamo alla fine dell’Antropocene, l’era in cui l’azione dell’uomo ha modificato profondamente se non anche irreparabilmente la struttura stessa e l’ecologia del nostro pianeta. Inoltre ci troviamo alle soglie di un’epoca in cui forse assisteremo all’addomesticazione dell’uomo da parte delle macchine: e il Grande Fratello di Orwell sarà rappresentato da chi avrà il controllo dei dati elaborati dalle reti digitali. Ma per non rassegnarci a un destino postumano, ritorna necessario richiamare il concetto di resilienza, di resilienza dell’umano, della capacità di ciò che è propriamente umano di far fronte alla propria crisi. Proprio per questo Vincenzo Balena prima ancora che costruire una forma la cerca con la determinazione sensibile del rabdomante nel groviglio dell’esistenza (nello “gnommero”, avrebbe detto Gadda) perché sa che è proprio lì, quando tutte le difese e tutte le maschere sono cadute, che l’umano mostra inevitabilmente le fatiche e le contraddizioni del vivere: tuttavia è proprio la forma, è proprio l’arte che può riscattarle, farle rinascere a un significato più vero. E anche l’arte di Vincenzo Balena, come sempre tutta l’arte autentica, trova proprio nel groviglio dell’esistenza un filo rosso che ci dà speranza. Quello che l’artista milanese oggi ci propone con questa mostra è un percorso all’interno di una prigione, che è pure, metaforicamente, quella a cui sono condannati i segni, la materia, il vissuto se ad essi non sappiamo dare di continuo una nuova significazione. In fondo compito dell’arte, quella vera, è da sempre liberare l’uomo dalla prigione incombente della superficialità, delle fuorvianti semplificazioni, della banalità, della retorica strumentale. E però questo compito l’arte può raggiungerlo solo se crede davvero nell’uomo e non si limita a guardarsi solo allo specchio, fatuamente.

     

                                                                                                   Angelo Bertani

  • Una scrittura che ferma i frammenti del tempo vissuto - Maria Fratelli

     La vita è solo un periodo di tempo da spendere, o già speso, in spazi e luoghi che ne delimitano le azioni e da cui si dipartono i pensieri. Dentro le Carceri di San Vito al Tagliamento, oggi recuperate e usate come spazio espositivo, lo scorrere del tempo è misurabile nei pochi passi che dividono tra loro due pareti opposte e nelle memorie dei detenuti che sugli intonaci hanno disegnato e scritto, per varcarle con l'immaginazione. L'accesso alle celle richiede un inchino per passare sotto i bassi stipiti di pietra delle porte. Una umiliazione allora, un omaggio oggi, a quelle vite che sono trascorse nell'attesa di un nuovo inizio o della fine. Quella di San Vito era una prigione modello, operativa fino agli ultimi decenni del secolo scorso, è ora un documento storico della storia carceraria delle piccole realtà locali. A ogni cella corrispondeva un detenuto, come si legge sulle porte che recano la scritta: criminale I, II, III ecc. Il salto nel tempo è però più profondo, lo spazio architettonico ha una struttura ottocentesca, la prigione è a conduzione “famigliare”, come rivelano la presenza della grande cucina, di piccoli cortili che perimetrano due piccole porzioni di cielo, entro cui scorrono le nuvole. Il fuori è precluso e tutto pare finalizzato a confinare i piccoli spazi interni, le celle con le loro finestre troppo alte per consentire un affaccio. Le piccole figure tracciate dai cosiddetti criminali rappresentano tutto ciò che non si vede: colonne, chiese e altre costruzioni, un'ultima cena, delle croci e un veliero, alcune figure e due colombe: una appoggiata tra le volute della colonna corinzia, l'altra appoggiata sulla sua sommità. Sembrano pronte e desiderose di spiccare il volo, di sottrarsi a quella immobilità che le ha sottratte alla vita comune per relegarle in una cella. Ogni disegno esprime la stessa urgenza: arrestare l'interruzione. Quello che si avverte è infatti il tempo: perso, vano, abbandonati i corpi alla solitudine dei propri pensieri e allo scorrere inutile di una vita che si muove al ritmo del solo respiro.    In questo contesto così denso di significato esporre delle sculture significa misurarsi con metri cubi di sofferenza e di negazione. L'opera d'arte è oggetto impregnato dello stesso paradosso, quello di sottrarsi allo scorrere del tempo assorbendo la vita di chi l'ha creata e incamerandola in sé esprimere un sentimento. Quello che resta di tutti gli altri pensieri persi nel vento. Questo il corto circuito creato dalle opere di Vincenzo Balena nelle celle di San Vito. Assorbire il tempo e fermarlo in un’eternità che ne veicola la pena, il desiderio, la sofferenza, la speranza, il progetto. Vincenzo ha collocato le sue opere nelle celle, nella cucina e nei cortili. Ognuna di loro è un marchingegno che impersona il singolo e le centinaia di criminali passati. Ogni opera è entrata nella cella con la propria storia e ha iniziato il proprio solitario racconto. Come ogni criminale passato lì dentro ha la sua memoria e la sua narrazione e una speranza dalle grandi ali. Grandi uccelli di legno, marionette di argilla, radiatori, lamiere e legni combusti. Ogni opera è l'anima di una cella, ne esprime i sentimenti, i desideri, i progetti. Sono opere solitarie, compiute, in attesa che l'immobilità si riempia di vita, che le forme vengano accarezzate, ascoltare, perdonate, capite, sentite, provocate, stimolate, compatite, supportare, esaltate, ammirate e infine amate. Le sculture di Balena portano la loro intensità nello spazio delle celle in disuso e le rianimano di dolore e di speranza. A proposito di questa mostra scrive di lui Angelo Bertani: “L’informe, lo scarto, il relitto di tante esistenze in burrasca conoscono nuova vita proprio perché trovano una nuova forma, quella che ad essi dona l’arte. E che cos’è la forma se non una ricerca di senso?”. Il senso va cercato ovunque, nel tempo che scorre, nella libertà e nell'attesa. Quella di Vincenzo è quindi una scrittura che ferma i frammenti del tempo vissuto, la violenza e la dolcezza si avvicendano così come la poesia e la durezza. Le sue opere sono astrazioni e figure, frammenti di volti retti da fili che li legano ad una memoria di un intero, così come collegano tra loro delle cose che diventano altro da sé, impaginate dentro pagine di memoria. Sono queste le descrizioni sincopate delle sculture di Balena, che a una essenziale composizione di melottiana memoria non nega la modellazione barocca dell'argilla. Il riuso degli scarti delle fabbriche e della natura è un pretesto per ricomporre dei mondi pacificati, dove anche il ruvido e l'ostile diventano poesie e trovano nel loro nuovo valore formale il senso di una nuova bellezza. La vita, sublimata dall'arte, non è più solo un periodo di tempo da spendere, o già speso, in spazi e luoghi che ne delimitano le azioni e da cui si dipartono i pensieri; nel farsi scultura è un fermo immagine da ammirare, o già ammirato, in spazi e luoghi che ne amplificano il senso e da cui si dipartono i pensieri. Il connubio è perfetto, lo spazio rafforza l'opera e l'opera rianima tutto il contesto. Il tempo non è contenuto, ma sottratto dalla cella e raccolto e perpetuato dall'opera. Prigione e prigioniero si collegano perfettamente e in questo riuscito connubio il pensiero prende il volo, gira attorno all'opera, accarezza le pareti della stanza, legge un ultimo disegno e vola alto, valica le finestre, si eleva oltre il cielo perimetrato dai muri del cortile, evade. La resilienza che è sostanza dell'arte rende ogni altezza eludibile, ogni miseria ricchezza, ogni finitezza del vivere possibilità di durata. Il corto circuito tra il vuoto lasciato dalle vite e il pieno portato dall'arte, sia essa quella dei tentativi di disegni di libertà dei criminali, sia quella sicura e potente di Balena trasforma la prigione in Museo.

     

                                                                                                                                                  Maria Fratelli

  • Note biografiche

    Vincenzo Balena (Milano, 1942) si dedica inizialmente allo studio della morfologia animale, nel solco del realismo esistenziale. Dai primi anni ’70 espone con regolarità alla Montrasio di Monza (1973) e al Naviglio di Milano (1984-1990-1996-2004). Merita subito l’attenzione critica di Mario De Micheli e Marco Rosci, seguiti da Rossana Bossaglia, Carlo Pirovano e Lea Vergine. Negli anni ’80 dedica a Pasolini una serie di dipinti e sculture ed entra in contatto con poeti e scrittori: fra questi, G. Raboni segue con interesse la successiva indagine della figura umana ridotta a frammenti, disiecta membra. Si tratta di sculture in terracotta e fili metallici, cera, bronzo, legni e alluminio sbalzato, proposte in luoghi prestigiosi con mostre personali e collettive tra le quali citiamo solo alcune: Permanente di Milano (1997), Palazzo delle Stelline di Milano (1999), Castello Sforzesco di Milano (2005), Villa San Carlo Borromeo a Senago(2000), Abbazia di Sesto al Reghena (1997-2000), Villa Arrivabene di Firenze (1996), Pinacoteca Alberto Martini di Oderzo (1996), Casa di Giorgione a Castelfranco Veneto (1993-2004), Centro Culturale Zanussi di Pordenone (1998-2012), Fondazione Benetton di Treviso (2013), Villa Badoer a Fratta Polesine (RO) (2014); e in contesti internazionali (Dusseldorf (1990), Praga (2002), New York (2002), Stoccolma (2008). Realizza le scene per lo spettacolo “Borges café Rêverie” rappresentato a Villa San Carlo Borromeo, al Teatro Juvarra di Torino e al Teatro dell'Arte di Milano (1998). I lavori più recenti, affrancati da espliciti rimandi figurativi, esplorano le inedite risorse espressive dei rifiuti tecnologici. È presente alla LIV Biennale di Venezia (2011) e alla Galleria Sagittaria a Pordenone con una personale antologica “Vincenzo Balena Opere 1970-2010”. Nel 2013 la Fondazione Benetton Studi e Ricerche di Treviso ospita una personale “Il Dialogo Compositivo nelle sculture di Vincenzo Balena”; nel 2014 a Villa Badoer di Fratta Polesine (Ro) espone “Le Maschere di Ifigenia"; nel 2017 alla Galleria Lorenzo Vatalaro a Milano espone la personale "Vincenzo Balena Stenografo del Cosmo". Nel febbraio 2018 personale al Museo Studio Francesco Messina a Milano  “Naturofanie Plastiche. Vincenzo Balena”. . Nel 2019 è presente alla Biennale di scultura a Piazzola sul Brenta (Pd); a settembre personale “Resilienza dell’umano” Antiche Carceri San Vito Tagliamento (Pn).                                                 

Vincenzo Balena Atelier Via Pietro Della Valle 11, 20132, MILANO T. 02 27209491 – www.vincenzobalena.it   - This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.     

 

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Patrizia Trimboli

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